Ilide Carmignani / Inquieti traduttori

Traduttori inquieti tra malinconia e spirito di vendetta
«Nessun problema è così consustanziale alla letteratura e al suo modesto mistero quanto quello che propone una traduzione» scriveva Borges e infatti da tempo la traduzione è diventata un modo per pensare la letteratura, per mettere in evidenza, grazie alla sua inedita quanto fertile prospettiva di analisi, aspetti che altrimenti resterebbero in ombra. E il fenomeno non è limitato alla letteratura: la traduzione sembra infatti essere diventata oggi uno strumento prezioso anche per discipline come la linguistica o gli studi culturali o di genere. Si è però riflettuto ancora poco su come, all’inverso, la letteratura possa essere un modo per pensare la traduzione, in altre parole su come narrativa e poesia possano contribuire alla riflessione traduttologica lungo tutti i suoi versanti: analisi teorica e rappresentazione pratica dell’attività traduttiva, raffigurazione del traduttore e del suo lavoro. Eppure il materiale non manca, basta guardarsi attorno.
In Francia, per esempio, il caso letterario del momento ha al suo centro proprio un traduttore, che maliziosamente elimina il romanzo a cui sta lavorando e gonfia e moltiplica le note a pié di pagina; alla fine, tra riflessioni personali, commenti, osservazioni erudite, fantasie e rivelazioni, le N.d.T. invaderanno il libro sostituendosi al romanzo stesso. Questa ingegnosa invenzione narrativa, accolta oltralpe con grande entusiasmo, si intitola beffardamente Vengeance du traducteur (l’editore è Pol) ed è firmata per l’appunto da un traduttore, Brice Matthieussent, «voce» francese di tanti celebri autori americani, da John Fante a Bret Easton Ellis.
Anche volgendo lo sguardo al passato, però, è evidente come il romanzo abbia fatto ricorso, fin dalla nascita, a personaggi-traduttori, a partire dal loro archetipo, il musulmano convertito che traduce in spagnolo il manoscritto arabo di un certo Cide Hamete Benengeli e cioè niente di meno che la Storia di don Chisciotte della Mancia. Seguiranno molti altri traduttori fizionali, come li definisce Antonio Lavieri nel brillante Translatio in fabula. La letteratura come pratica teorica del tradurre (Editori Riuniti 2007) che ha meritoriamente inaugurato questo campo di studio passando in rassegna un gran numero di cosiddetti «racconti di traduzione», da Borges con il suo Pierre Menard (forse il testo che più ha nutrito la riflessione traduttologica moderna) a Calvino, da Cortázar a Fuentes, dalla poetessa del Québec Nicole Brossard all’autore maghrebino Abdelkebir Khatibi, e poi ancora Erik Orsenna, Pablo de Santis, senza escludere scrittori di genere come Matthew Pearl (Il circolo Dante, Rizzoli 2003) o John Crowley (La traduttrice, Ponte alle Grazie 2003). «Roland Barthes ha scritto che i dizionari sono vere e proprie machines à rêver: allo stesso modo… i romanzi sono vere e proprie machines à penser» afferma Lavieri rivendicando il carattere epistemologico, oltre che poetico, dei «racconti di traduzione» e iniziando a esplorare, caso per caso, le modalità inedite con cui la letteratura ha pensato le teorie e le pratiche traduttive, la propria traducibilità, lo statuto del traduttore e del suo mestiere.
Certo, come si è visto con Matthieussent, non sono solo gli scrittori a mettere in scena traduttori fizionali, anche i traduttori sembrano riflettere sempre più spesso sul proprio lavoro attraverso pratiche narrative. Ancora in Francia, Claude Bleton, ex direttore del Collegio dei traduttori di Arles, ha scelto il romanzo per sovvertire i cliché su testo originale e testo tradotto rovesciandone il rapporto e giocando con il concetto di «morte dell’autore» (I negri del traduttore, Voland 2005). In Italia non può che venire alla mente un classico, La vita agra, in cui nel ’62 Luciano Bianciardi descriveva da un lato la figura del traduttore cane sciolto, dall’altro le strategie di mediazione linguistico-culturale dell’editoria italiana del tempo, mentre in anni più vicini Laura Bocci è passata dall’autobiografia alla fiction alla riflessione traduttologica nel suo Di seconda mano (Rizzoli 2004), citando Benjamin, Steiner e Berman mentre viaggia in Germania a gamba zoppa perché nell’incipit, pur di rispondere in fretta alla telefonata di un editore, la protagonista si rompe un ginocchio.
Nella stessa scia si muovono anche due libri recentissimi. Il primo è Il mestiere di riflettere (a cura di Chiara Manfrinato, Azimut) in cui ventuno importanti traduttori scrivono la storia di un loro lavoro in forma ora diaristica, ora dialogica, ora persino teatrale, ma sempre in chiave autobiografica, focalizzandosi sulla propria autorialità fuori e dentro la pagina tradotta. Scrive Susanna Basso, splendida «voce» italiana di Ian McEwan e Alice Munro: «Mi chiedevo come e quanto, silenziosamente, la mia vita si insinuasse nelle storie altrui, sapendo che la traduzione autobiografica è un genere clandestino in letteratura, del quale è meglio il più possibile tacere. Eppure la vita cambia anche per chi non scrive, questo è certo, e le parole che usavo per tradurre risentivano dei libri letti, dei figli, dei viaggi, delle nostalgie». Il secondo libro è La malinconia del traduttore (Medusa), una deliziosa serie di «racconti-saggio» pubblicata da Franco Nasi, docente di letteratura italiana all’Università di Modena e traduttore, fra gli altri, dei poeti Roger McGough e Billy Collins. Tra Chicago e Reggio Emilia, Cagliari e il Vermont, Nasi segue il filo rosso della mediazione linguistico-cultuale, indagando con finezza temi classici come la fedeltà, il tradimento, la gelosia fra colleghi, il rapporto con lo scrittore, il tutto in mezzo a belle storie di vita quotidiana – fra Celati e Nori – di cui conferma e insieme smentisce il sapore autobiografico in una giocosa nota finale.

 

da Il manifesto del 27.11.2009

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~ di Elisabetta Polo su 30 novembre 2009.

 
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